Lavorare in Italia

Ogni giorno i dipendenti delle imprese si trovano a fare i conti con una tensione nervosa che non gli permette di vivere con serenità la propria vita professionale.

Uno dei motivi di questa tensione è dovuto ad una organizzazione delle imprese poco funzionale. Non sempre, infatti, le imprese sono in grado di valutare correttamente i carichi di lavoro dei propri dipendenti. Solo alcuni lavoratori utilizzano i permessi retribuiti spettanti nell’arco dell’anno. La maggior parte non utilizza tutte le ferie a causa dell’eccessiva mole di lavoro che li costringe a non allontanarsi dall’ufficio per periodi troppo lunghi.

Penso che bisognerebbe rendere più flessibile l’attività lavorativa dei propri dipendenti per migliorarne la stessa produttività garantendo:

  • la possibilità di lavorare da casa, come già avviene in altri Paesi
  • premiare, in tempi brevi, i dipendenti per il raggiungimento degli obiettivi piuttosto che per le ore passate davanti ad una scrivania
  • le aziende dovrebbero supportare i dipendenti in modo che possano sentirsi meno sotto pressione e che siano in grado di trovare il giusto equilibrio tra vita aziendale e vita privata

About Chiara

Sono una perfezionista nata, molto critica nei confronti di me stessa, così come degli altri. Altruista, coscienziosa, amo il lavoro preciso anche nei grandi progetti.
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2 Responses to Lavorare in Italia

  1. Federico says:

    Credo che la causa principale sia imputabile, non tanto alle aziende (e al relativo management), che, (spero e ritengo) sappiano perfettamente individuare i picchi di lavoro e lo “scarico” della domanda, quanto piuttosto ad una normativa del lavoro eccessivamente garantista (una volta che si è ottenuto il fatidico contratto a tempo indeterminato).
    Una volta che il traguardo è raggiunto, il dipendente può tranquillamente sedersi sugli allori e godere di una rendita perpetua, purché faccia il minimo indispensabile (quel tanto che basta ad evitare richiami formali).

    E’, infatti noto, che in caso di licenziamento (paventato dal dipendente come senza giusta causa), la giurisprudenzia sia favorevole allo stesso dipendente, piuttosto che all’ex datore di lavoro.

    Il dilemma del datore di lavoro è: offrire un incentivo all’esodo (la nota buonauscita), che comunque deve essere accetto dal lavoratore, (e che può, pertanto, ingenerare pretese e comportamenti opportunistici da parte di altri dipendenti) oppure accettare un comportamento lassivo?
    La soluzione è pertanto, a parere delle aziende – direi anche giustamente – contratti co.co.co e co.co.pro. o altre forme a tempo determinato.
    Con buona pace, si fa per dire, degli italiani!

  2. Sebastiano says:

    Ciao Chiara!io lavoravo in un ufficio di una grande azienda, buona paga, ambiente sano (al caldo a gennaio, al fresco a luglio, pulito) ma per chiedere un’ora di permesso o due settimane di ferie a luglio sembrava di domandare una Grazia alla Madonna di Lourdes.Sapevo quando entravo in ufficio ma non quando potevo uscire; riunioni inutili ed estenuanti tutti i giorni, possibilmente fissate alle 17.Nei giorni di riposo o fuori turno e persino in ferie il cellulare squillava sempre e guai a lasciarlo spento (”è aziendale!!!”).
    Alla fine sono ESPLOSO: me ne sono andato ed ho trovato un lavoro manuale, che seppure “sporco” e pagato leggermente di meno non mi da stress; alle 17 si smonta; non si fanno riunioni ma si lavora; il mio capo e i colleghi mi chiamano sul telefonino o sul numero di casa (che MAI avevo dato in ufficio) solo per propormi una pizza.

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